La psicoterapia a indirizzo psicosomatico

Per esemplificare ciò che avviene nell’ambito di un percorso di psicoterapia ad indirizzo psicosomatico e per descrivere alcuni aspetti significativi della tecnica di colloquio insegnata presso la Scuola di Psicoterapia dell’Istituto Riza , abbiamo riportato dei sintetici racconti clinici e alcuni colloqui tra terapeuta e paziente che sono in passato stati pubblicati sulla rivista Riza Psicosomatica. (come presentazione alle tecniche di colloquio)

– Primo caso: Quando la parola scioglie il dolore (un caso di depressione)

Tratto da Riza Psicosomatica n. 105, novembre 1989.

Riguardo agli effetti che la psicoterapia può produrre in alcuni casi, mi è parso opportuno riportare il colloquio registrato in una seduta psicoterapeutica con una mia paziente. Veronica, all’inizio della seduta accusa algie nucali, cefalea e una profonda sofferenza psichica, che si acuisce in un certo momento del colloquio. Successivamente si ottiene il risultato della scomparsa sintomatologica.

Il “nero fosco” della Clitennestra

Veronica: Sono un nero fosco

Terapeuta: In che senso?

V: Tutta la mia vita è nera, non ci sono vie d’uscita. Non mi fa nemmeno più paura. Sono come una tragedia greca. Se qualcuno dovesse chiedermi la mia eroina (pausa)… beh è quella con quelle vesti lunghe sino ai piedi. Come si chiama quella là? Clitennestra?

T: Umm

V: Sono una Clitennestra tutta vestita di nero dai capelli sino ai piedi (silenzio). Tanto a chi gliene importa di me? A mio marito? Non mi guarda neanche…

T: Mi faccia un esempio.

V: Non so. Ah si. È venuto a casa a pranzo, per caso ero nel ripostiglio. Non ha fatto altro che sedersi a tavola. Dal ripostiglio avrei voluto non venire più fuori.

T: Al buio?

V: Si, stavo al buio. Tanto quando siamo a tavola non è la stessa cosa? Ho paura. Mi batte il cuore. Sono tutta sudata. Guardi come tremo (ha un attacco di ansia).

T: Nel ripostiglio è crollata? Cioè mi chiedo se al buio…

V: Ma forse al buio sto bene. Pensi lei. Che razza di vita. Sono troppo agitata, sudo tutta.

T: Mi chiedevo del ripostiglio. Nel ripostiglio non ci sono vie d’uscita…. Non so a cosa potrebbe assomigliare, ecco mi chiedevo…

V: A una grotta. Lì stai bene per forza non ti vede nessuno puoi fare quello che sei! A me dispiace dirlo ma gli altri che ho intorno non mi piacciono. Mio marito ha un cattivo odore e gli ho detto tante volte comprati un deodorante. Anche l’alito. Non siamo fatti l’uno per l’altra.

T: (interrompendola) La grotta invece…

V: È calda sei tu, stai lì, ti siedi, ti sdrai.

T: E che cosa fa nella grotta la Clitennestra? Mi chiedevo se ha quel vestito lungo?

V: No, no, se lo toglie. Si sdraia, si immerge nell’acqua. Si lava i capelli. Fa tutte le cose delle donne, quelle di una volta (appare tranquilla).

T: Mi faccia l’esempio di una donna di tanto tempo fa.

V: Mah, una matrona, con delle forme arrotondate. La immagino che allatta (ride) ma non un bambino (ride).

T: Ah, nella grotta c’è un’altra persona?

V: No, si. Ma non è la grotta di prima. Forse è una specie di casa, di quei tempi, con la luce accesa.

T: Artificiale?
V: No, no, di giorno. C’è la luce che entra dall’alto e ti scalda la pancia. Come quando uno si sbronza. Ma forse il caldo vien su dal pavimento. Dai piedi. A star sempre così farei la firma subito.

T: Così come?

V: Come un lucertolone che sta all’ombra col sole che gli arriva sulla schiena…. Se ne sta lì, non lo vede nessuno e si prende addosso tutto quel sole caldo.

T: Al buio col sole, col caldo si sta bene?

V: Caspita!

T: (silenzio) Il nostro tempo è finito.

V: Peccato (si alza leggermente arriva fino alla porta sorridendo). Sa dottore quasi quasi oggi vado a farmi una lampada. Farà male?

T: Non saprei…

Secondo caso: nel sesso le contraddizioni sono necessarie (sessualità inibita)

Tratto da Riza Psicosomatica n. 113, luglio 1990,

La storia di Marta rivela che in ognuno di noi le contraddizioni sono le regole. Nella sessualità non osiamo confessare che il “desiderio senza amore” abita in ognuno di noi. Così per rispettare il codice morale dell’essere innamorati a tutti i costi, fingiamo di esserlo anche quando non ci viene richiesto. Vediamo come…

Chi ragiona con i simboli sa che ha contraddizioni a portata di mano. I simboli ci insegnano che abitano in noi comportamenti opposti, in cui “bianco” e “nero” si scambiano spesso di posto. Diremo a più riprese in questo editoriale che la contraddizione va rispettata. Spesso la malattia è il simbolo di un comportamento unilaterale.

Sono tutta d’un pezzo!

Riporto alcuni brani registrati di un colloquio con Marta. Tutta la prima parte della conversazione verte nell’affermazione di Marta che lei è “tutta d’un pezzo” e produce numerosi esempi in questo senso.

Marta: Ho scoperto che sono “tutta d’un pezzo”.

Terapeuta: Un pezzo come?

M: Si, si sono tagliata con l’accetta, e vado sempre peggiorando.

T: Peggiorando in che senso?

M: Eh, diventando sempre più rigida.

T: Cioè?

M: Cioè, nelle cose più stupide…. Cioè sono così, che posso definirmi la disciplina in tutto, dalle cose più sceme alle cose più importanti. La gente non deve passare col rosso!…. Non bisogna buttare le carte fuori dal finestrino, perché è segno di inciviltà!… Potrei farle, dottore, centomila esempi di questo tipo.

T: Esempi in cui lei è tutta di un pezzo?

M: Eh, si, si! Col paraocchi, dottore! Sono col paraocchi. Le presentazioni (tra persone che non si conoscono) si devono fare in un modo anziché in un altro.

T: Come?

M: Si, se lei deve presentare qualcuno, va fatto bene (il tono è critico) (silenzio).

T: E poi?

M: E poi c’è una cosa tra Roberto e mio padre… che mi fa incazzare, ma di un incazzare…. Guardi, io mi ricordo perfettamente tutti i dettagli. Io ho una memoria pazzesca. Quando mi dicono: non è vero che ho detto così, io vado fuori di matto.

T: Lei è sempre stata tutta d’un pezzo?

M: Penso di si. Ma poi è strano, perché vede, io certe cose non riesco a impormele. Vorrei smettere di fumare, mettermi a dieta, alzarmi presto.

T: Ma allora c’è qualcosa in lei che si oppone (interrompendola)

M: Al mio essere tutta di un pezzo?

T: Eh

M: Eh, credo di si. Mi sembra un controsenso. Io rispetto le regole ma non riesco a impormi delle regole.

T: Ah (c’è un risultato, mi fermo)

M: (dopo un po’, lei continua) Non lo so se è un controsenso: sono anche elastica

T: Marta mi racconti di una volta che non è stata tutta d’un pezzo.

M: Sempre nei miei rapporti con gli uomini, dottore. Mi sono messa lì (allarga le braccia) a mò di stuoino. Con mio padre ho calato le braghe su tutta la linea. (silenzio).

T: Anche con Roberto ha calato le braghe?

M: Eh, certo! (silenzio)

T: Mi faccia un esempio.

M: Eh, solo il fatto di avere accettato un rapporto come quello che abbiamo avuto, non è un calare le braghe?

T: Cioè?

M: Cioè, io sono stata a sua disposizione… avevo fame di lasagne e mi sono accontentata delle briciole… (silenzio). L’ultimo episodio, questo qui di Roma, mi sembra così significativo…

T: Ah, cioè?

M: Mi ha detto: vieni a Roma, ci vediamo a Roma, e io penso che la sera lui è tutto per me. Me l’ha promesso. Stiamo a Roma insieme mi dice. Mi telefona giovedì e mi dice: ci vediamo domani a Roma. Io ci vado, e scopro che lo stronzo voleva andare a Roma sì, ma a Piazza di Siena, per il suo trip dei cavalli. È stato tutto il giorno con gli amici a Roma, a Piazza di Siena, e naturalmente ci voleva andare da solo. Ovvio perché: andava a fare una goliardata. Sabato con gli amici, domenica, alla notte, con me.

T: E lei?

M: E io gli ho detto: vengo anch’io domani, cioè domenica, e lui non mi ha rivolto la parola e io ho parlato con gli altri, cioè i suoi amici, e gli ho fatto sapere che sono di (la paziente dice il nome di una città che noi omettiamo), così gli amici conoscono il mio nome e così anche sua moglie sa chi sono. E lui si è incazzato. Io gli ho detto: mi dispiace caro. E lui mi ha detto: no, a te dispiace per te. Abbiamo discusso fino a notte, perché lui non capisce che io soffro, non capisce che ci sono, per lui l’altruismo è una cosa che non esiste.

T: Beh, Marta, mi sembra che a Piazza di Siena lei non sia stata tutta d’un pezzo.

M: In che senso?

T: Cioè mi sembra che lei ha rotto le regole.

M: Ah, si, se la regola era quella di fare la brava donna mussulmana che dice sempre di si, cazzo, se rompo le regole! Cosa voleva che facessi, il cavallo dei Carabinieri, a Piazza di Siena? Lo stesso che lui voleva fare con me per il week-end. Io gli servo per le notti. Lui usa tutti.

T: Si, ma lei gliel’ha fatta vedere.

M: No, no, avrei dovuto fargliela vedere.

T: Cioè? (Marta rimane assorta, in silenzio)

M: Probabilmente gli avrei fatto una scenata. Si, gli avrei fatto una scenata, gli avrei detto: parlami, presentami a queste persone (silenzio)…. Però sa, questo che dice lei, dottore, quello che io ho fatto è stato il mio modo di fargliela vedere. Beh, allora mi sono piaciuta. Beh, allora vuol dire che l’altra Marta – beh, pensi, ieri riflettevo: a me che cazzo me ne frega se tua moglie viene a saperlo, brutto stronzo, ben ti sta, e anche a lei.

(Per la prima volta nel colloquio Marta parla del suo opposto. Parla cioè di quella parte di sé che non è catalogabile all’essere tutta d’un pezzo).

T: Allora c’è una Marta che non è tutta d’un pezzo.

M: Eh, no, probabilmente no. Mi piacerebbe essere meno rigida.

Lei non sa com’è faticoso essere rigidi.

T: (insisto) Beh, c’è riuscita.

M: Roberto è privo di regole, se ne strafotte di tutto e di tutti, degli impegni…. Si, però gli impegni vanno rispettati. Il corso della storia deve essere rispettato, il codice della strada deve essere rispettato, il codice morale deve essere rispettato….

T: Beh, anche quello… (in sospeso) può non essere tutto d’un pezzo.

M: Beh, si, se è per quello, io mica rispetto il codice morale….

T: In che senso, non lo rispetta?

M: Beh, io quello della morale cattolica non lo rispetto perché andavo a letto con dei partner che non sono il mio legittimo.

T: E le piace?

M: Mah, veramente… non lo capisco. Sa che ha proprio ragione lei dottore? Io non riesco a fare l’amore se non ho una giustificazione sentimentale.

T: Cioè?

M: Io ho bisogno di sentirmi dire “ti amo” e di dire “ti amo”. Sono tutte cose… mi sono accorta che mi carico. Io so perfettamente di non amarlo Roberto. Mi carica. Mi dico che gli voglio bene, che mi piace, e così mi carico. Non riesco a capire se questo caricarmi serve realmente a giustificare l’atto sessuale che sto compiendo. Non so, forse faccio così perché ho bisogno di amore in senso lato, di allargarmi.

T: Mi sembra però che in questo modo la Marta tutta d’un pezzo e la Marta “elastica”, la chiamiamo così…

M: Eh!

T: … stanno insieme

M: O cacchio! Mi piacerebbe, dottore! Non c’è un modo di mischiarle meglio?

T: Cioè?

M: Beh, un’osmosi meno traumatica.

Gli opposti insieme

Nello svolgimento della mia conversazione con Marta, mi sembra emergano alcuni fatti.

Per un certo periodo la coscienza della paziente è completamente impregnata del suo essere “tutta d’un pezzo”. Poi, lentamente in psicoterapia avviene il viraggio. Alla fine Marta parla di un’altra donna che abita in lei, una donna che è esattamente l’opposto. Quando l’altra donna si affaccia il tono diviene più armonioso, più morbido, più dolce, più sereno. “Essere tutta d’un pezzo” appartiene ad un atteggiamento troppo unilaterale: l’altro lato, quello elastico, quando si affaccia produce solo un’apparente contraddizione. Di fatto restituisce, come è necessario per ognuno di noi, l’altra faccia della medaglia.

La salute e la sessualità in questo senso sono i due centri vitali più significativi, in cui è più facile la presenza di uno stato contraddittorio. Quando i nostri due opposti coesistono, si libera il simbolo dell’armonia.

Nella coppia il gioco degli opposti ha significati equivalenti.

Terzo caso: Impariamo a trovare la gioia nel corpo (esperienza di training con psicologi)

Tratto da Riza Psicosomatica n. 114, agosto 1990,

Vivere le emozioni all’interno del nostro corpo è uno stato sempre più straniero nella nostra cultura dominata dal predominio della ragione. Eppure basta girare l’interruttore dei pensieri per vedere prorompere gli stati d’animo più intensi…

Conduttore: “Proviamo lentamente a chiudere gli occhi, a sentirci rilassati. Cerchiamo di allontanare dalla nostra mente qualsiasi tipo di immagine. Di fronte a noi vi è solo uno schermo nero”.

La scoperta della tristezza

Il gruppo formato da una ventina di operatori del settore psicologico aderisce all’invito del conduttore. Tutti sono a occhi chiusi, discretamente rilassati.

Conduttore:” Ora cerchiamo di calarci nella tristezza. Si, cerchiamo di vedere dentro i nostri occhi scene di tristezza. Cerchiamo di non resistervi. Lasciamoci andare alla tristezza”.

Alcuni dei partecipanti al gruppo, lentamente abbassano le spalle incurvandosi sulla sedia, mentre i tratti del viso si orientano sulla depressione. Il conduttore dice a ognuno di descrivere la scena che sta visualizzando.

Riportiamo solo alcuni dei commenti:

Mara: “Sto vedendomi in una stanza buia. Sono rannicchiata in posizione fetale. Sento una profonda disperazione”.

Roberto: “Sono in un prato nebbioso. E’ inverno. Sento una gran voglia di piangere”.

Carla: “Sono sulla spiaggia con la mia nipotina. Ora lei è morta”. E prorompe in un pianto disperato.

Conduttore: “Anche se ci è penoso, proviamo a restare ancora sulla tristezza. A calarci dentro questa emozione, a non fuggirla”.

La situazione si trasforma

Dopo qualche minuto inizia il cambiamento di “campo”.

Conduttore: ” Ora torniamo lentamente allo schermo nero. Proviamo a mettere nella nostra scena di tristezza qualcuno o qualcosa di piacevole. A metterci la cosa che ci è piaciuta o che ci piace di più. Mettiamo vicino alla tristezza una cosa bella”.

Mara: “Adesso dalla mia stanza buia, comincia ad arrivare la luce. Dalla finestra entra la luce… Comincia a venire un sentimento più sereno…

C’è con me il mio orsacchiotto di peluche”.

Massimo: “Sento arrivare degli amici. Mi viene di essere contento”.

Conduttore: “Ora, lentamente, entriamo nella gioia, nella felicità. La tristezza si allontana. Ci sentiamo immersi nella felicità e nella gioia. Sentiamo un grande desiderio di ridere”.

Le sfumature di tristezza e di depressione si allontanano dal volto dei partecipanti.

Il sorriso incomincia a dipingersi sulle labbra di diversi partecipanti. Quindi tutti virano dall’atmosfera precedente a quella nuova.

Le scene che vengono visualizzate sono di contenuto diametralmente opposto.

Marco incomincia a parlare con una voce fragorosa. “Mi viene in mente di uno scherzo che ho fatto a un mio amico”. Il racconto si interrompe perché i moti di riso sono prorompenti. Tutto il gruppo incomincia a ridere, si odono risate fragorose per la stanza. L’atmosfera plumbea, depressiva e del tutto lontana.

Conduttore: “Ora, rientriamo lentamente nello stato di tristezza. Cerchiamo di abbandonarci alla depressione”.

Il gruppo, fa ora più fatica a rientrare nello stato depressivo. Dopo qualche minuto, tuttavia, tutto il gruppo manifesta gli stessi segni precedenti dello stato depressivo. Riemergono visualizzazioni buie, tristi, malinconiche. Sul volto di alcuni dei partecipanti scorre ora, qualche lacrima.

Dopo alcuni momenti centrati su queste emozioni, il conduttore invita il gruppo a ritornare nello schermo nero. E successivamente invita il gruppo a recuperare un nuovo stato di euforia.

La gioia ora entra nella pancia

Conduttore: “Ora la tristezza si allontana, torna la gioia, torna la luce. Il buio se ne va. Sentiamo un desiderio di ridere irrefrenabile”.

Questa volta il gruppo aderisce in pochi istanti al massaggio ricevuto. Ricominciano gli scoppi di riso. Il conduttore invita i partecipanti a raccontare una barzelletta.

Franco: “Si, me ne viene in mente una. Eccola. Sai perché l’aria del mattino è fresca? Perché è stata fuori tutta la notte…”.

Risata fragorosa del gruppo. Altre barzellette vengono raccontate, unitamente a episodi divertenti, da alcuni dei partecipanti.

Il conduttore: (interrompendo l’atmosfera di riso) “Lentamente cerchiamo di portare la gioia nella pancia. Si, cerchiamo di portare l’euforia dalla testa dentro la nostra pancia. Si, facciamo ridere la pancia”.

Il gruppo di adegua quasi immediatamente al nuovo messaggio. I partecipanti raccontano di avvertire stati di sollecito nell’addome; un senso di euforia corporea pervade tutto il gruppo. Questa esperienza di gruppo è stata riportata in alcuni dei suoi momenti più significativi. L’esperienza è poi proseguita con altre visualizzazioni e altre immagini, che qui non ho ritenuto di riportare. Mi sembra importante segnalare ai lettori come ognuno di noi possa passare con estrema facilità da uno stato depressivo al suo sentimento opposto.

Ritrovare la gioia

Quando l’immaginario scorre libero, gioia e dolore si possono interscambi are con notevole facilità, a indicare la presenza nel nostro inconscio di emozioni opposte che possono convivere l’una accanto all’altra.

Tanto più reprimiamo le emozioni tristi, tanto più difficile appare la possibilità di incontrare la gioia.

Nell’esperienza di gruppo si vede bene che, una volta abbandonata la razionalità è possibile incontrare il massimo della gioia solo dopo aver incontrato l’acme della depressione.

L’esperienza si conclude poi con il trasporto dell’emozione felice dentro il corpo, in particolare nella pancia che è il centro simbolico della vita viscerale.

La gioia dentro il corpo è uno stato che ci è particolarmente straniero nella nostra cultura, laddove domina incontrastato il predominio della testa e della ragione.

Eppure basta chiudere gli occhi, spegnere per qualche istante l’interruttore dei pensieri e della ragione per veder prorompere le emozioni più intense.

L’arte e la gioia

Chi più di tutti è capace di vivere i sentimenti contrastanti che prova è l’artista: nel quadro o sulla pagina scritta se trasportare le emozioni che lo abitano.

Ed è proprio per questo che l’arte ha da sempre rappresentato, per il simbolista, una delle tracce più importanti da seguire per comprendere dove sta andando il genere umano, In questo senso l’arte e la malattia sono straordinariamente vicine: entrambi sono un’espressione profonda e non mediata dalla razionalità delle tensioni, delle paure, dei bisogni che vivono nel cuore stesso dell’umanità.
Quarto caso: mal di schiena e trasgressione (mal di schiena, lettura psicosomatica)

Tratto da Riza Psicosomatica n. 81, novembre 1987.

In questo dialogo tra Anna e il terapeuta si evidenzia bene come per la paziente gli attacchi di lombo sciatalgia da cui è affetta da tempo, siano legati in qualche modo ai simboli del femminile e, comunque, a un’azione trasgressiva: una relazione extraconiugale.

Un colloquio in terapia

Anna: Mi sento la schiena stirata

Terapeuta: Stirata come?

A: Come un filo che mi parte dal collo e mi arriva all’osso sacro. Sono tutta legata non so come faccio a stare in piedi.

T: Anche adesso si sente legata?

A: (interrompendo) Ma no, adesso sono seduta, non mi fa anzi male la schiena da seduta.

T: Quando si siede il filo si allenta… anche qui con me si è allentato.

A: Si, si, da seduta si allenta… anche da sdraiata. Me lo dice anche mio marito che da sdraiata sembro un’altra donna.

T: Cioè?

A: Si, meno nervosa, meno incazzata. Quando sono in piedi corro, faccio le robe, ho tutto in mano io, il lavoro, i figli, la casa. Uno ha un bel dire “Anna siediti, fermati un momento se non lo fai adesso, lo farai domani quel lavoro lì, sono tutte storie: o ti sdrai o stai in piedi”. Vorrà dire che starò seduta quando sarò in menopausa (risata).

T: Con le mestruazioni bisogna correre?

A (leggermente imbarazzata) E beh, le mestruazioni mi fanno male, mi escono forti, è anche quello … anche quel fatto lì, che mi durano tutta la settimana per me non va bene… c’è qualcosa che non va. Le pare?

T: Ma non so, non saprei.

A: (cambiando di colpo il tono dell’umore) Questa è la sua risposta tipo…lei non sa mai niente….tanto la sciatica ce l’ho io…

T: Pensavo … ecco mi chiedevo che cosa avrebbero da dire le mestruazioni a sentirsi trattate così?

A: Cosa c’entrano le mestruazioni? Lei ha un bel dire, ma mio marito non mi soddisfa, quell’altro viene con me solo per fare i suoi comodi … e a me non mi becca più … chissà cosa ha capito quello lì.

T: Che cosa ha capito?

A: Non vede che mi usa? Lui viene, fa i suoi comodi, e se ne va, sempre in fretta di corsa.

T: E a lei invece come piacerebbe?

A: Con un po’ di tatto, di carezze. Un po’ anch’io che sono un blocco di marmo… non riesco a lasciarmi andare, penso a tante cose.

T: Tipo?

A: … Tipo più forti di me, che non dovrei, che non sta bene, sto sempre attenta… morale, ricade tutto su di me.

T: In che modo?

A: E sì, così finisce che io non provo niente, che la testa è da un’altra parte… (sospira) bisognerebbe riuscire a tagliare i fili che vanno dalla testa e vengono giù…

T: (interrompendo) Giù dove?

A: (indicando il bacino) Qua sotto.

T: come si potrebbe fare a tagliare questi fili?

A: Ma…non so, forse con i massaggi. (ride) Ma i massaggi giusti, però. Peccato che lei non li usi. Pensi che bello se lei, anche parlando facesse i massaggi. Ma no dottore, guardi che scherzo.

T: Cosa direbbe la testa se io la massaggiassi?

A: Beh (ridendo) se la testa non rompe, la pancia va per conto suo.

T: Quando va per conto suo non fa male?

A: No, no. Ma dottore non scherziamo, parliamo di cose serie. Cosa faccio con Luca lo mollo? Non è mica serio che una si comporti così, non le pare?

Il linguaggio del corpo

E’ stato riprodotto un brano di un colloquio con Anna, affetta da attacchi recidivanti di lombo sciatalgia. Alla fine della seduta Anna si alza dalla sedia e non lamenta il solito dolore che la affligge quando sta in posizione verticale e che puntualmente lamenta all’inizio di ogni seduta.

Mi sembrava importante sottolineare che il “filo che porta dal collo e arriva all’osso sacro” è per Anna qualcosa che si collega ai simboli del Femminile (ad esempio le mestruazioni), e comunque ha una stretta relazione con azioni trasgressive (il rapporto extraconiugale).

Tali aspetti della lombo-sciatalgia si ritrovano alla base di numerosi “mal di schiena”. Qui ci si riferisce in particolare a quelle situazioni croniche, in cui l’elemento dominante il quadro clinico è il dolore e in cui non si evidenziano situazioni organiche capaci di spiegare l’insorgenza e il decorso.

I brani che ho riportato del colloqui mettono in luce, mi sembra abbastanza bene, come il linguaggio di Anna non sia separato da quello che sta accadendo alla sua schiena. Senza entrare nel merito della tecnica (sarà argomento da trattare da solo e in modo particolarmente esteso) si può però osservare che lo sforzo terapeutico è diretto non a “spiegare” o a intraprendere la lombo sciatalgia di Anna.

Piuttosto a far si che il linguaggio del corpo possa raccontarsi, esprimersi e in un certo senso “presentarsi”.

Anna racconta con il suo linguaggio analogico come nel dolore fossero contenute molte sfumature: la durezza, il desiderio di abbandono e l’angoscia di non poter controllare la situazione affettiva, il blocco del femminile. La possibilità di lasciar emergere queste verbalizzazioni nella loro sfumatura analogica ha già un notevole significato terapeutico.


Quinto caso: tornare “bianca come la prima volta” (vitiligine, interpretazione psicosomatica)

Tratto dal supplemento di Riza Psicosomatica n.4 “Il bene e il male”, Dicembre 1980

La vitiligine, una malattia della pelle caratterizzata da chiazze. Nel caso di Giovanna il disturbo insorse dopo che era diventata impura.

Giovanna, 24 anni, volle precisare, fin dall’inizio del colloquio, che era una “ragazza molto religiosa”, di “costumi tradizionali”, ben diversa dalle sue coetanee che, a sua detta, erano “troppo libere”. Molto legata alla famiglia, e ai “sani principi” che i genitori le avevano insegnato, Giovanna aveva condotto una vita austera, dedicata prima allo studio e poi al lavoro, concedendosi solo in pochi momenti degli “svaghi”, comunque sempre posti in secondo piano rispetto al “dovere”. D’altro canto ella non aveva mai avuto “hobbies” di nessun tipo, in quanto fin dall’adolescenza i suoi momenti liberi erano sempre stati assorbiti dall’Associazione Cattolica, cui aveva partecipato attivamente, “così come si conviene a una buona cristiana”. Anche i rituali della sua religione erano da lei sempre stati seguiti in modo rigoroso: “le rare volte che ho dovuto perdere la messa – ella confidò – ero presa da profondi sensi di colpa e la notte non riuscivo a dormire, nonostante che pregassi il Signore, per farmi perdonare la mancanza commessa”. Da “buona cattolica” Giovanna seguiva rigorosamente anche i consigli del confessore e si atteneva scrupolosamente a tutte le osservanze di culto e di vita che la sua religione le proponeva.

Un “incendio” sulla pelle

Giovanna notò la comparsa della vitiligine circa un anno prima del nostro colloquio. Per la precisione prima che comparissero le “chiazze bianche” ella aveva avuto per qualche giorno la “sensazione” di vampate di calore al viso e contemporaneamente un prurito diffuso per tutto il corpo, e particolarmente intenso nella zona inguinale. Sia il prurito che le vampate scomparvero dopo poco tempo (30-45 giorni) e furono sostituite da alcune macchie di depigmentazione prima alle mani, che poi, nell’arco. di qualche mese, si localizzarono anche sulle cosce, sull’addome e sul collo. Particolarmente evidente era l’area di vitiligine presente sul collo, del diametro di 7-8 cm, che andava sempre più allargandosi. Recatasi da alcuni dermatologi, le terapie non avevano sortito alcun effetto, finché uno di questi medici non le consigliò un trattamento psicosomatico. L’indagine sulla vita emotiva della paziente all’ epoca della comparsa del disturbo, mise in luce degli elementi decisamente interessanti per chiarire la relazione tra i contenuti inconsci e la comparsa delle chiazze bianche di depigmentazione.
Qualche mese prima della malattia Giovanna si era “fidanzata” con un ragazzo, che piacque molto alla sua famiglia, perché “era molto serio e aveva la testa a posto”. Inizialmente Giovanna era attratta dal fidanzato solo sul piano intellettuale. “Con lui si facevano molti discorsi, riguardanti soprattutto la cultura e la religione. Parlavamo dei nostri dubbi, delle cose che secondo noi andavano cambiate all’interno della chiesa e quasi sempre ci trovavamo d’accordo su tutto … “.
Nonostante tra i due l’intesa fosse spostata completamente verso il “piano razionale”, tuttavia entrambi avevano avvertito dei “desideri sessuali”, che però avevano cercato prontamente di reprimere in quanto ritenevano molto importante che Giovanna giungesse “vergine” al suo matrimonio. Via via questi “desideri” si fecero sempre più intensi, al punto che Giovanna si recò dal suo confessore per chiedere se i rapporti sessuali prematrimoniaIi erano consentiti, alla luce delle recenti disposizioni ecclesiastiche. Avutane risposta negativa ella la comunicò al suo partner, che nel frattempo si faceva sempre più insistente, e per evitare di “commettere peccato”, decisero di abbreviare i tempi del loro matrimonio (programmato dopo due anni). Proprio in quell’epoca sorsero le vampate di calore e i pruriti sopradescritti, che sul piano mentale erano accompagnati da insistenti fantasie sessuali, peraltro “bloccate e represse”. Tuttavia Giovanna, una sera in cui sentiva il suo corpo “come incendiato” non poté più “trattenersi” ed ebbe il primo rapporto con il suo partner. Ne seguirono altri nei giorni successivi. All’inizio ella non notò sensi di colpa, anche perché, o almeno così ella disse “i genitori erano partiti e sarebbero rientrati dopo una settimana”.

Non ero più un giglio

Successivamente, via via che si avvicinava il rientro dei familiari, il benessere provato dopo i rapporti sessuali, veniva sostituito “da un profondo senso di fastidio e di vergogna”. La verginità perduta veniva sempre più vissuta come un oltraggio fatto alla sua famiglia. Ella sentiva di aver tradito non solo i genitori, ma anche il suo passato di cattolica profondamente osservante, “di cattolicesimo vissuto e non teorizzato”, come era solita dire ai suoi amici. Circa dieci giorni dopo il ritorno dei genitori, comparve la prima chiazza alle mani seguita poi dalle altre al collo, alle cosce, e all’addome. “A quell’epoca – ella confessa – avevo paura che mi scoprissero, che i miei venissero a sapere che non ero più un “giglio”. Così Giovanna, per quanto il suo fidanzato non fosse d’accordo, decise di interrompere i rapporti sessuali.

Il corpo e i contenuti dell’anima

Il nostro corpo non è un che di separato da noi. Il nostro lo, che si va formando nel corso degli anni, non si costruisce soltanto sugli stimoli che ci vengono forniti dall’ambiente, ma soprattutto da quelli che ci derivano dalla “materia” del nostro corpo. Se il nostro Io ci sembra un che di autonomo dal nostro “fisico” e ci pare immateriale è solo perché lo percepiamo su una lunghezza d’onda diversa rispetto alle altre “funzioni fisiologiche” che abitano dentro di noi. Quando ci dimentichiamo che noi siamo una “cosa sola” con il nostro corpo, questi si può “ribellare”. E siccome la materia che ci compone può comunicare soltanto attraverso il suo unico spazio espressivo – che è simbolo e metafora – ecco che la “ribellione” che il nostro Io deve subire è una ribellione simbolica. Comunque non ci possono essere contenuti mentali che il corpo non viva e viceversa l’Io non può rinunciare ad “essere” insieme al corpo. Che simbolo potevano reprimere i sintomi di Giovanna? Inizialmente quando ella era colta dalle vampate di calore e dal prurito, si assisteva ad un prorompere del “fuoco sessuale”, tanto più intenso, quanto più negato. Il prurito e le vampate esprimevano probabilmente il desiderio di Giovanna di “incendiarsi”, di perdere la testa, così come ella ebbe a dire successivamente. E le macchie bianche? Se pensiamo al grosso investimento affettivo che Giovanna aveva posto nella verginità forse il mistero sintomatologico può chiarirsi. In una successiva seduta ella confessò che dava importanza all’abito nuziale, tradizionalmente bianco.

Era come se la sua pelle, non più bianca, per aver “consumato” un atto carnale, avesse voluto testimoniare con le “macchie bianche” ai suoi genitori, agli amici, che lei “era ancora bianca, pura come prima”. Abbiamo visto come in molte malattie della pelle sia racchiuso il simbolismo di “uscire dai panni propri”, di “cambiare la veste” per adattarla a certe circostanze del mondo esistenziale. In questo caso la cute con le sue zone di depigmentazione testimoniava all’esterno, agli altri, che “la purezza” – per così dire – non era andata perduta. D’altro canto aveva anche un significato di espiazione, di ripurificazione. Infatti Giovanna aveva deciso di “espiare” rinunciando, pur continuando i desideri, ad avere rapporti sessuali. Anche la zona in cui si erano manifestate le macchie si presta a delle osservazioni interessanti. Infatti in un altro colloquio ella confidò che le zone in cui era particolarmente “sensibile” all’eros erano soprattutto il collo (là dove vi era la depigmentazione più estesa), le cosce, e l’addome. Le mani invece rappresentavano quella parte di lei che poteva toccare. La vitiligo aveva una macchia notevole anche sul dito anulare sinistro, là dove si pone l’anello nuziale …

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